Inventarium: Etnografia


Usanze impraticabili

Miti, simboli e archetipi

Dizionario di Moda Chimerica

Arte amatoria

Usanze impraticabili

Aguglia gotica (Belone gothicus)

L’Aguglia gotica (Belone gothicus) è un Osteitto forse Beloniforme diffuso nell’Atlantico orientale noto per essere divenuto alla fine del XII secolo un elemento architettonico vivente proprio degli edifici ecclesiastici sommersi, ed estintosi contemporaneamente al tramontare dello stile gotico, cui dà il nome.
Il mito popolare secondo cui le aguglie gotiche non fossero che torri campanarie metamorfizzate in seguito a un miracolo divino, per quanto fantasioso, può forse fungere da base per la ricerca di una spiegazione oggettiva e univoca circa il legame che intreccia l’etologia ancora oscura di questi animali e l’origine del fenomeno delle aguglie in architettura.
Una delle ipotesi più in voga tra gli studiosi ritiene che l’aguglia gotica scavasse lunghi cunicoli al di sotto del fondale sabbioso, e che queste tane, ancora abitate, venissero scelte dalla diocesi sottomarina come luoghi ideali per edificare la cattedrale, quindi il centro cittadino del nascente agglomerato urbano. Secondo un’altra teoria, i giovani esemplari di aguglia, ancora vulnerabili e di dimensioni ridotte, erano soliti sfruttare come nascondiglio cavità rocciose naturali, ma anche anfratti e stanzini di rovine sommerse, tra cui chiese e duomi nei quali, causa una repentina crescita immediatamente successiva allo stadio larvale, rimanevano letteralmente prigionieri, o peggio, incastrati, divenendo di fatto parte della struttura.
Tali costruzioni, probabilmente proprio in virtù della loro nuova peculiarità, venivano ripristinate per l’uso umano e arricchite di nuovi elementi strutturali e decorativi che contribuivano ad annullare la separazione tra creatura vivente e architettura. D’altra parte l’innesto organico di un pesce vivo nei luoghi di culto si rivelò essere particolarmente apprezzato dalla classe ecclesiastica, poiché si poneva in un’ottica di estrema esaltazione di un ideale ritorno alla purezza del culto cristiano delle origini, dunque all’apoteosi dell’emblema più rappresentativo dell’iconografia simbolica paleocristiana, appunto l’ichtus.
Parallelamente all’aspetto simbolico, anche dal lato meramente estetico e ingegneristico casi simili divennero ben presto oggetto di curiosità e giocarono un ruolo fondamentale nei conflitti tra comuni, combattuti anche a colpi di prestigio cittadino: le basiliche con le aguglie erano il fiore all’occhiello dei centri che godevano della fortuna di possederne una. Fu in questo contesto che gli ingegnosi capicantiere dell’epoca non tardarono a intuire che con la giusta tecnica sarebbe stato possibile replicare artificialmente il risultato delle sporadiche e accidentali anomalie della natura e, sotto la spinta del mecenatismo curiale, intrapresero una lunga serie di sperimentazioni, non di rado fallimentari, avvalendosi della consulenza di proto-zoologi e allevatori ittici.
La soluzione definitiva giunse nella prima metà del XIII secolo per merito del geniale architetto normanno noto come Costardus, che descrisse nel perduto Codex Costardensis il procedimento ottimale per ottenere delle durature e qualitativamente ineccepibili aguglie architettoniche, e in breve tempo il suo metodo divenne prassi all’interno dei cantieri.
È a questo periodo che risalgono i più meravigliosi esempi di cattedrali con aguglie, tra cui si annovera quella voluta dall’arcivescovo d’Ys, la leggendaria “cathédrale engloutie” che dà il titolo all’altrettanto nota composizione di Claude Debussy, e che vantava la presenza di ben 24 aguglie.
Questa pratica riscosse un enorme successo anche presso le comunità della terraferma che, nel tentativo di imitare i cugini acquatici, adottarono nelle loro chiese strutture surrogate che ricordassero nella forma i suddetti pesci, chiamandole col medesimo nome, in seguito aferetizzato in “guglia”, termine giunto fino ai nostri giorni ma inspiegabilmente privato dell’originario richiamo ittiologico.
Grazie al metodo Costardus, il pesce non pativa la cattività, anzi beneficava per certi versi della situazione di stasi in cui era costretto: il nutrimento sicuro e regolare garantito dalla vicinanza all’ambiente antropico, l’assenza di predatori naturali e un metabolismo ulteriormente rallentato dalla conservazione energetica data dell’immobilità forzata costituivano una combinazione di fattori che concorrevano a salvaguardare la già formidabile longevità del singolo esemplare – ma non quella della specie.
Le cause che determinarono l’estinzione dell’Aguglia gotica sono diverse e concomitanti.
Per prima cosa l’attività riproduttiva del pesce risultava, quando non inibita, decisamente ostacolata da questioni logistiche, ma la ragione decisiva fu l’adeguamento pressoché totale della specie all’attività umana, al punto tale da divenirne dipendente e inadatta alla reintegrazione in natura.
In ultimo, al tramonto delle civiltà sommerse, devastate da pestilenze, carestie e invasioni barbariche, molte furono le aguglie scarnificate dagli oppressori o dalla stessa popolazione locale, indotta per fame a sacrileghi ma gustosi banchetti. Sulle ossa dal caratteristico colore verde brillante giunte sino a noi è tuttora possibile leggere la testimonianza di queste turpi empietà.

N.B. È opportuno osservare che i più recenti studi, attribuendo a questo pesce delle abitudini comportamentali poco affini ai belonidi ma assai più assimilabili a quelle degli anguilliformi, hanno portato a mettere in discussione la sua tradizionale classificazione tassonomica, apparentemente frutto dell’errata interpretazione delle fonti medievali, fisiologicamente carenti dal punto di vista scientifico, e di raffigurazioni iconografiche approssimative. La scelta universalmente riconosciuta di serbare la nomenclatura originale è da considerarsi un segnale di riverenza nei confronti della stessa, per l’impatto che ha avuto sul piano antropologico e nell’immaginario collettivo.

Domenico V. Venezia, Aguglie Gotiche, 2019, penna su carta e colorazione digitale.

Mercante di liquami

Fra i mestieri più antichi del mondo, si sa, vi è quello di chi non vende nulla, ottenendo in cambio men che meno, ma che lascia tuttavia dietro sé una scia variopinta di tessuti neurali dalle più diverse fogge, merletti fosfolipidici, ricami cheratinosi e svariate sorti di fluidi corporei per tutti i Paesi e le città, da Oriente a Occidente, che attraversa. Parliamo ovviamente del mercante di liquami, di cui le prime testimonianze in tempi remoti, come il trapassato, parlano come di “colui in sella a un cavallo senza ferro agli zoccoli che fu perciò costretto a volare sui tetti e girasoli” (vedi i Simonii Iuffridae de factis absurdis memorabilibus collectanea). Per quanto figura ben nota ai cosmonauti di tutte le età, poche sono le notizie attendibili circa le pratiche del suo insolito mestiere. Taluni parlano dell’usanza tipica del mercante di invitare i curiosi a rinvenire nella sua catasta di merci fantasmagoriche delle stoffe talmente pregiate da indossare esse stesse la persona che le avrebbe trovate per tutti i secoli dei secoli: il tutto sorprendentemente a titolo gratuito (da cui intuiamo che il mercante non avesse grande senso degli affari).
Altre testimonianze ancora ci dicono che il mercante altro non facesse che rubare a più onesti commercianti quelle merci, da egli stesso precedentemente acquistate e rivendute a prezzo maggiorato al mercato, in una viziosa e ininterrotta dinamica circolare (come si può leggere nell’ Heptamironae del maestro zen Yu-Suwon). In conclusione, ci pare di poter dire che il mercante tornerà nell’anno 2032 e sarà perfettamente visibile col cielo limpido ai confini dell’Anatolia, dove migra la gru a settentrione.

Utveggi, Mercante di liquami, testo e musica di Simone Giuffrida, album Canzoni d’umore, 2020, Almendra Music.

Milludo

Contrazione da minus inludens ovvero “piccolo ingiocabile”.

Mini gioco da tavola difficilmente giocabile in virtù delle sue dimensioni estremamente ridotte (8×12 centimetri).
Il termine individua quei giochi di società che molto probabilmente non potranno essere praticati in compagnia e che quindi creano solo l’illusione dello svago collettivo. Allo stesso tempo, ad aumentare la difficoltà, le regole del gioco non sono chiaramente definite.​

I Milludi restano nell’ambito della solitaria contemplazione di pochi visionari che, tramite una lente di ingrandimento, vagheggiano sui trastulli di questo mondo. Risalenti alla tradizione dei miniaturisti medievali e spesso incentrati su temi proibiti, creati in piccoli riquadri per scampare alla censura dell’Inquisizione, nel tempo hanno trovato soggetti più disimpegnati, volti ad un pubblico di ogni età. Destinati ormai ad una ristretta cerchia di sognatori, i veri giocatori del mondo contemporaneo si abbandonano a passatempi ben più appariscenti e sediziosi.​ ​

Marcello Carrà, dalla serie Minigiochi ingiocabili, 2018, penna su carta tinta con caffè, 12×8 cm: Gioco dell’elefante; Gioco dell’oca; Gioco del salvadanaio; Gioco del camaleonte; Gioco di Pinocchio.

Miti, simboli e archetipi

Ardospirale

1. Eterno ritorno ( apocatastasi) che si produce ciclicamente sotto forma di conflitto universale, attraverso una conflagrazione ( ecpirosi) che si verifica ogniqualvolta​ gli astri assumono la stessa posizione che occupavano in principio dell’Eone, dando in tal modo inizio ad una nuova era.

2. Ogni periodo che si produce dalla scintilla ignea e culmina nella sua distruzione attraverso il fuoco medesimo.​

Giulio Rigoni, Cometa, 2020, olio su legno, 2 pannelli, 200x26x6 cm cad.

Dea Cetorum

Splendida creatura generata dall’ibridazione tra una donna dal volto angelico e una balena dal fisico possente e dal temperamento astuto e schivo.
Secondo varie fonti mitologiche, tale raffinato mostro acquatico vive principalmente nelle profondità del mare di Creta, lontano da possibili visitatori e dalla predazione umana.
Si nutre principalmente di plancton e migra per risalire in superficie verso le coste solo nel periodo primaverile, per nutrirsi di frutti della terra; grazie al suo abito composto da petali riesce a mimetizzarsi con la flora circostante.
Dal carattere timido e dall’aspetto ammaliante ha la capacità di incantare i pochi fortunati che riescono a intravederla sulla terraferma.
Una leggenda narra l’esperienza di pescatori ed esploratori che, dopo averla avvistata in mare aperto, hanno perso la vista poiché la luce del sole riflessa dalla creatura quando si trova in acqua risulta troppo abbagliante per l’occhio umano.

Alessandra Riva, Dea Cetorum, 2021, collage analogico, 21×29,7 cm.

Eros albus

Archetipico approccio apparentemente asessuato alla sfera sessuale, estrinsecato in una dimensione “privata”e caratterizzato da una qualità ossimorica di vuoto/negazione e compresente inclusione di tutte le sfumature della sfera sessuale stessa – da cui l’attributo di “bianco”.

Come si legge nel saggio Cauda pavonis del filosofo Paolo Mottana:

«Un atto mancato, inevitabilmente destinato ad una mortifera ripetizione, un atto bianco, solitario e autoriferito, irrelato e alienato. […] Forse una sessualità incosciente, o precategoriale, persa in un’ambigua ripetizione […]? […] E’ questo dunque il “sesso bianco”, espressione che sembrerebbe piuttosto evocare l’assenza di sesso, forse in effetti la chiave per comprendere l’estenuazione di posture che fanno “girare a vuoto” (o girare nel vuoto) i corpi in assenza di qualsiasi relazione? […] una sessualità immaginaria, simulata e infelice? O è invece la rappresentazione senza veli e senza ritrosie dell’intimità di ciascuna/o, al di fuori di qualsiasi retorica romantica o sentimentale o psicologica?»

Rita Casdia, White Sex, 2008, 1’53’’.

Produzione e regia:
Rita Casdia
Direzione della fotografia:
Luca Fantini
Sound track:
Simona Barbera
Editing e post produzione
Andrea Cillo
Animazioni:
Rita Casdia, Luca Fantini, Andrea Cillo

(R)esistenza

Pigmenti bianchi si stratificano su vecchie carte stampate, prima velando e poi rivelando. Nuove immagini, rinvenute nei grovigli di bianco – materia sopravvissuta a incisioni e tagli – prendono forma: sono le (R)esistenze. Rimanenza (r)esistita a un processo psichico che ha generato una nuova visione. Prodotto residuale che trova nel prefisso “r” di (R)esistenze un marchio profondo e inquieto, che sottolinea una tensione fra ciò che appare e ciò che è. Le raffigurazioni si sostengono su elementi sottili e archetipali connessi all’essenza più profonda dell’individuo. Ogni (R)esistenza è connotata da forme apparentemente sprovviste di schemi, pregne di suggestioni, vapori e umori, iconografie e mitologie sfumate, in cui le figure si aprono come nubi lattiginose e cirri, lasciando in evidenza un’essenza organica e ancestrale. Un’Arcadia spirituale o un Eden alchemico, ove raffigurazioni arcaiche e religiose sono distillate in essenze sincretiche.
Le (R)esistenze costituiscono un enunciato di libertà, opposto a tutto quel che è dogmatico, coatto, solido, immobile.

Gandolfo Gabriele David, (R)esistenze – Bestiarium e Creation #1, #2, #3, 2010-16, tecnica mista su carta, 50×40 cm.

Solvisonnia

(Lat. Somnium solvere – “sciogliere il sogno”)

Condizione apparentemente ipnagogica, in cui si aprono miraggi di un mondo colorato, gioioso, sorta di Paese dei Balocchi che, dopo le prime sensazioni di appagamento, lascia subito il posto a un senso di sconforto e impotenza: la percezione del dissolversi del sogno fanciullesco, del liquefarsi incessante e inarrestabile dei pupazzi che, quali simboli, lo personificano.
Come sabbia nella clessidra, tali entità cronoludiche, guardiani della soglia tra lo stadio infantile e la fase adulta, determinano la scadenza della dimensione frivola, la fine dei trastulli onirici, preparando il rito di passaggio. La loro apparizione è un edulcorato allarme di una trasformazione: non si conosce la durata della loro permanenza, quanto tempo rimanga ancora da sognare. È in questo dualismo che risiede il fascino della solvisonnia.

Sabrina Milazzo, olio su lino. Dall’alto a sx: Eolo, 2015, 85×120 cm; Jerry, 2020, 68×84 cm; Il Grillo Parlante, 2014, 100×140 cm; Pongo, 2014, 130×130 cm; Topolino, 2020, 150×150 cm.

Dizionario di Moda Chimerica

Gloveshoe (Calceus manualis)

La scarpa per mani, quintessenziale feticcio atavico, vittima per secoli di quella damnatio memoriae che ciclicamente colpisce i reprobi come i probi, torna a rinascere grazie alla mai abbastanza apprezzata criptoteratoarcheologia inversa che ci restituisce questa immonda meraviglia figlia di un’era aurea che del mal camminar fece talento, ove l’inciampo era grazia, lo armonioso callo medaglia alla voluttà; la indossarono principi e principesse, papi e generali e non si contano i regali polsi slogati né le falangi dislocate, tantomeno le vituperate esclamazioni blasfeme che seguivano gli accidenti, tanto che gli dei, stufi di tante tonanti bestemmie, finiron coll’ imporre, delle graziose calzature, la cancellazione.

Gaetano Costa, Gloveshoes, 2017, tecnica mista (realizzazione: Isa Kaos)

Testimonianze storiche delle scarpe da mano

Maschera del Resettore di Deleuth

Quando la città di Deleuth​ era ancora un modesto villaggio di capanne di fango lungo il fiume Del, la pratica della resezione era già molto diffusa tra gli abitanti. All’epoca, la quasi totalità degli individui maschi, così come delle femmine, raggiunta la pubertà, venivano affidati al resettore che, indossata la sua maschera rituale, provvedeva in pochi istanti a rimuovere l’Io di quei giovani. I nativi di Deleuth, infatti, detestavano l’eccedenza di coscienza che caratterizzava la loro specie e che, dicevano, rovinava e complicava la loro breve esistenza. Tramite la resezione, invece, si eliminava quell’unione di pensieri ed esperienze riassumibili nel termine “io” e se ne impediva la futura formazione. Non volevano più, insomma, sottostare a quell’inganno che ci si costruisce per dimenticare di essere un qualcosa senza valore o fondamento, corpi la cui unica occupazione è essere vivi e obbedire alla biologia. Rifiutavano di vivere persi in un fantastico sogno nel quale si possiede un’identità e, a quanto pare, erano felicissimi.

Ovviamente erano soggetti alle depredazioni e invasioni di altri popoli che non praticavano la resezione, e infatti lo sviluppo e la crescita di Deleuth​ nei secoli successivi è dovuto a popolazioni esterne, sicuramente più intraprendenti, ma infelici. Il nucleo dei discendenti dei cittadini originari che attuano ancora la resezione è andato via via diminuendo, e oggi è un po’ in decadenza.

La pratica in questione, a oggi, viene effettuata non più in una capanna di fango ai margini del fiume ma nel pittoresco Istituto Pubblico per la Resezione.
Chi pratica l’intervento indossa ancora, per tradizione, la maschera dei suoi antenati.

Nelle foto, un esempio di maschera e una vecchia e rara foto del resettore Xazrug​ che, indossando la maschera dei suoi avi, si prepara a liberare dall’Io un volontario.

Giulio Artioli, Maschera del Resettore di Deleuth, 2021, lattice liquido, legno, cartapesta, inchiostro, 14x18x28 cm.

Arte amatoria

Argonautocoitoidealismo

Nell’etnografia dei popoli focomelici aeromarini con “Argonautocoitoidealismo” si identifica una decisa inclinazione al desiderio del sesso aereo. Particolarmente praticato nei rapporti tra esemplari di sesso femminile e più intensamente ancora nelle non rare sorellanze gemellifere, questa pratica sessuale viene sovente supportata da strumentazione rituale tentacolare e da conchiolinidi spesso aromatizzate o mantecate in estratti naturali di fungoidi notoriamente psicoattivi.
Le otto braccia, rivestite da cromatofori peliferi abilissimi nel travestismo, vengono protette durante il rapporto dalla conchiglia ad essi attigua, che funge allo stesso tempo da recipiente per i liquidi d’eccitazione. Questi, una volta essiccati al nero sole, vengono elaborati e raccolti in capsule dalla tipica copulocolorazione perlacea, utilizzata per la decorazione pittorica dei santuari sottomarini.
Narra la leggenda che:

"Quando il più nascosto dei mari, furente per la noncuranza del genere umano, levò le onde sue più pericolose sulla terraferma, inviò possenti tentacoli a punire quegli esseri ormai corrosi dalla loro insaziabile fame di disattento potere.
Tra le stonate urla e le disordinate fughe dei popoli, solo due donne rimasero immobili ad osservare con gratitudine quel fragoroso gesto di rivalsa e riscatto della Grande Madre. Stupita da cuori così nobili, Natura le raccolse in una delicata casa di perlacea ossatura e donò loro tentacoli per difendere in eterno la qualità del loro purissimo e segreto amore, destinandole a vagare per sempre libere tra le valli, i monti, le pianure e gli oceani di un nuovo regno senza più soprusi, repressioni e dolori."

Francesco Viscuso, OctopuShell Women in Fall, 2013, collage.

Baldracchino

Con il termine “Baldracchino” ci si riferisce un giovane ragazzo pellegrigia dedito alla musica pizzicata e fortemente attratto da uomini molto anziani.
Il Baldracchino opera nel modo che segue: adesca i suoi uomini deodorandosi con fiorite fragranze di variopinti semi d’amore e li invita a un concertino privato sul suo letto per due volte. La prima per farli godere, la seconda per staccar loro la testa. Estremamente talentuoso nella nobile arte dell’imbalsamazione, predilige uomini grassottelli e barbuti.
La sua Häuptversammlung conta centinaia di teste, ordinatamente esposte e numerate. Nelle narrazioni di tale personaggio a noi giunte attraverso l’arte orale del poeta ispanicosacco Miguel Poijanovič, troviamo un riferimento narrativo alla violenza subita dal Baldracchino nei suoi primi anni di vita:

Per prima cosa il mio vecchione mi insegnò
A pizzicar le corde con le dita:
"Scivoli lesta la tua man destra sul manicon del mio istrumento
e la sinistra con moto lento carezzi in basso con più passion!"
Baldracchin lui mi chiamava, tra i drappi in fiore del nostro amore.

Francesco Viscuso, Lullaby, 2014, collage.

Capricembalo

Tra i più antichi strumenti da camera da letto dei popoli pittorici dal volto svelato troviamo il “Capricembalo”, cordofono a percussione, precursore del più noto “Fallopiano”. Tradizionalmente usato nelle cerimonie domestiche precoitali in ambito masochisonico, il Capricembalo viene percosso con dita precedentemente immerse in un distillato di mercurio benedetto (l’acqua che non bagna del dio caprino Uhty). Il suonatore o la suonatrice, prima dell’esecuzione di uno dei brani esoterici cerimoniali, assume per via orale urina di serpente al fine di disinfestare l’anima e ottenere la personificazione del dio che, una volta accanto al cerimoniante, recita le seguenti parole:

"Suona per me oh mio splendore
Le note più vive
Le note più sporche
Con affilate corna
Scoprirò il velo del tuo bel viso
Per carezzarti a fondo
Per carezzarti meglio
Le balsamiche squame
Della mia fida serpe
Spalancheranno le tue morbide labbra
Dapprima lievi
Sfrenate poi
E sulla scacchiera delle nostre abitudini
In un Allegro Andante
Schizzeranno euforiche
Le rosse acque del nostro diabolico Amore".

Francesco Viscuso, Symphony No 22 In G minor K666 Molto Allegro, 2014, collage.

Rosaspia Martire
Patrona del (profano) Amor Sacro

Nelle assolate isolane lande Rosaspia vagava, sola e in attesa.
"L'amor che sento, se egli m'ama e non m'ama, mi mette l'ali".
Un lontano volo d'uccelli stuzzicò in lei la più bizzarra fantasia,
e mentre ogni petalo della sua profumata rosea veste si inumidiva e gocciolava
una dura pietra sotto di lei appariva a suggerir di bere con santa sete
la petite mort della più pura umana credenza.

Rosa Piediscalzi, figlia del conte Cosmo Piediscalzi – signore della Piana del Desiderio, membro della famiglia dei Buchineri – e della nobile Maria Gambestanche, nipote del re Piombino II di Nonimporta, è nota per essere stata altresì nipote del cardinale Lodovico Asciascura, che combattè vittorioso nella nota guerra santa del Montecipria.
Quanto alla sua nascita, è stato tramandato che un tardo pomeriggio,
mentre il re Piombino II di Nonimporta osservava in compagnia della moglie il tramonto dal Palazzo Reale, vide apparirgli una figura che gli disse:
“Piombino, io ti annuncio che, per volere di Dio,
nascerà nella casa di Cosmo, tuo congiunto, una rosa difettosa”.
Poco tempo dopo, quando nacque, la bambina fu chiamata dal re Rosa.
La regina, terribilmente preoccupata, cercò di ricordare al duro marito la divina profezia, ma lui rispose con un solenne “non importa!”.
Da giovane, Rosa visse in ricchezza presso la corte e la villa paterna, ricevendo una regale educazione sessuale.
Un giorno, il conte Vergasecca (erroneamente identificato con il principe Vergasecca di Stocausen) salvò il re Piombino da un animale selvaggio – un Criptocefalo, secondo la leggenda, che lo stava attaccando alle parti basse. Il re volle allora ricambiarlo con un dono e Vergasecca chiese in sposa Rosa. Il giorno antecedente le nozze, Rosa, mentre si specchiava, vide riflessa nello specchio l’effige del figlio di Dio completamente nudo.
La ragazza, il giorno seguente, si presentò a corte con le bionde trecce tagliate, declinando l’offerta e rivelando le sue intenzioni di donarsi interamente al servizio della Fede. Abbandonò quindi il Palazzo Reale e si rifugiò in un monastero. Le continue visite dei genitori e del promesso sposo, che cercavano di dissuaderla dal suo intento, insospettirono le consorelle che le chiesero cosa mai le fosse accaduto. Quando Rosa raccontò della beata visione allo specchio, le consorelle, adirate, le dissero che anche a tutte loro il figlio di Dio si mostrava nudo ogni sera ma che a nessuna di loro sarebbe mai venuto in mente di fare la spia e che per questo suo disonorevole difetto sarebbe stata punita.
Dopo averla condotta in una grotta situata nei possedimenti del padre, le sorelle accesero dei ceri, raccolsero teschi umani e coprirono la terra con rocce appuntite. Accerchiarono Rosa e le strapparono, con le nude mani, le gambe e il bacino. Così, abbandonata nel buio della grotta, la parte superiore di Rosa congiunse le insanguinate mani al cielo. Impietosito da un così crudele destino, il figlio di Dio sostituì la parte mancante di Rosa con una vera rosa amorevolmente inumidita e le donò un’ala dicendo: “Rosaspia sarà il tuo nome e la tua Santa figura vagherà nell’umano giardino mondo a ricordare alle giovani fanciulle di tacere quel che sempre va taciuto”.

Francesco Viscuso, Santa Rosalia, 2016, collage.


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